Casa della Comunità a Favaro

Ufficio stampa • 12 maggio 2026

Presentata la nuova struttura alla cittadinanza: ancora tanto da fare in poco tempo

La scadenza del 30 giugno – per non perdere i fondi del PNRR – è ormai dietro l’angolo, ma sono ancora più ombre che luci quelle che si addensano sulle Case della Comunità, che nel giro di un mese e mezzo dovrebbero diventare pienamente operative secondo i criteri dettati dal DM 77 del 2022. Nel territorio dell’Ulss 3 Serenissima sono 3 le strutture definite già in regola con gli standard organizzativi e qualitativi voluti dalla legge: al Lido, a Noale e a Favaro. Proprio quest’ultima è stata protagonista sabato scorso, 9 maggio 2026, di una presentazione alla cittadinanza voluta dall’azienda sanitaria per spiegare come la Casa della Comunità diventerà “il nuovo punto di riferimento” della popolazione e di come vi saranno migliorati e potenziati i servizi di cura.


A guidare l’incontro – sostenuto anche dalle associazioni Obiettivo Comune, Università della Terza Età e Comitato Cittadini Consapevoli Susanna Zardo, della direzione Distretto 2 Venezia Terraferma, Marcon, Quarto d’Altino, e Giovanna Busso, della direzione amministrativa del territorio, che hanno spiegato come funzioneranno le nuove strutture anche in sinergia con il PUA, Punto Unico di Accesso, e il 116117, numero unico per le cure non urgenti, partito ormai in tutto il Veneto.

Presenti in sala anche i rappresentanti di CittadinanzAttiva e del Codacons, che proprio in quello stesso giorno ha inviato una lettera all’Ulss 3 Serenissima per esprimere “vive preoccupazioni per quanto si prospetta in merito alla riorganizzazione della sanità territoriale e all’indebolimento del ruolo del medico di famiglia” e “per impedire che una riorganizzazione calata dall’alto, senza adeguate garanzie per i cittadini, finisca per indebolire proprio il presidio sanitario più vicino alle persone”, da cui anche la campagna nazionale contro la riforma Schillaci, partita nelle scorse settimane.


Al centro del confronto soprattutto i servizi che offrirà alla popolazione la Casa della Comunità, che per ora, però, pare si limitino alla richiesta da parte di cittadini, che non vanno dal loro medico di famiglia, di prescrizioni di farmaci, certificati o visite. Il DM 77, invece, va ben oltre dato che, per essere pienamente operative, le nuove strutture dovrebbero comprendere: medici di famiglia e pediatri di libera scelta – al momento entrambe le categoria sono in stato di agitazione per protestare contro la riforma Schillaci delle cure territoriali – infermieri di Comunità e di Famiglia, specialisti ambulatoriali, praticamente ancora non coinvolti, altri professionisti, come ad esempio psicologi, assistenti sociali, fisioterapisti, tecnici di laboratorio, oltre che personale di supporto, amministrativi e OSS, e strumenti per la diagnostica di primo livello.


Un incontro in cui il segretario di FIMMG Venezia Giuseppe Palmisano ha colto l’occasione per fare il punto su strategie e obiettivi. «La meta – ha sottolineato – vale per tutti i professionisti della salute territoriale, in questo momento di cambio epocale. Ma non bastano muri o cambi di cartelli per creare una comunità di persone, di professionisti che dialogano tra loro, per instaurare relazioni e lavorare in serenità e sicurezza… Per dare, in sintesi, risposte concrete ai bisogni dei cittadini».

Il nocciolo della questione è: come riuscire a coinvolgere i medici di famiglia, già sovraccarichi di assistiti e schiacciati dalla burocrazia, a trovare tempo per accedere alla Casa della Comunità? «È necessario – ha spiegato il dottor Palmisano – alleggerire i colleghi dalle carte per liberare tempo alla cura e alla relazione con il paziente».

A chi tra il pubblico ha lamentato l’arrivo dopo il pensionamento dello storico medico di famiglia di colleghi “giovanissimi e poco competenti”, il segretario di FIMMG Venezia ha ricordato come il problema del picco dei pensionamenti fosse previsto, «ma – ha aggiunto – non è stato affrontato per tempo. L’attrattività della professione è un problema serio, l’abbandono della scuola di formazione, prima, durante e dopo il corso, è drammatico per la categoria. Tutto questo incide sul servizio finale al cittadino: la giostra delle sostituzioni mette in crisi il rapporto fiduciario con il paziente». Situazione che si potrà solo aggravare se anche nelle Case della Comunità i cittadini troveranno solo medici a spot.


Sullo sfondo resta il contesto nazionale: si allunga l’ombra della riforma Schillaci con il suo “doppio canale” per il rapporto con i medici di famiglia in parte convenzionati, in parte dipendenti. Un decreto che torna a dare incertezza sul futuro della categoria. Nel territorio veneto, invece, il percorso passa innanzitutto per la firma dell’Accordo Integrativo Regionale, scaduto ormai da 20 anni, e dalle intese aziendali per definire in modo chiaro e uniforme le attività e il ruolo che i medici di Medicina Generale vorrebbero giocare all’interno delle nuove strutture, legato soprattutto alla gestione delle fragilità e della cronicità. Per vedere realizzati i sogni delle Case della Comunità, insomma, la strada da fare è ancora lunga. Ma ora il tempo davvero stringe.


Chiara Semenzato, ufficio stampa FIMMG Venezia

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